venerdì 20 marzo 2015

Il venerdì è il miglior giorno della settimana




Più atteso del giorno del compleanno, più desiderato della serata di Coppa, più efficace del farmaco più efficace. È il venerdì. Lo assicurano gli psicologi della Università di Rochester che hanno condotto il primo studio sulla variazione dell`umore durante la settimana. Si chiama `effetto week-end`, inizia venerdì pomeriggio e si conclude domenica sera, un periodo magico in cui spariscono acciacchi, attacchi di ansia e si sperimenta una maggiore vitalità.

Lo studio pubblicato sul Journal of Social and Clinical Psychology ha esaminato l`umore settimanale di 74 adulti tra i 18 e i 62 anni, con 30 ore settimanali di lavoro. Per 3 settimane e per 3 volte al giorno, gli psicologi guidati da Richard Ryan hanno testato il loro livello di soddisfazione. I partecipanti dovevano compilare un questionario per manifestare sentimenti come felicità, piacere, soddisfazione, ma anche problemi fisici, come gastriti e mal di testa. 
Per tutti, malanni e guai psicologici si riducevano nel fine settimana, quando "le persone sperimentano una maggiore autonomia e socievolezza", spiega Ryan, rispetto al tempo del lavoro "pieno di attività che includono controlli esterni, scadenze temporali e incombenze legate al lavoro e alla cura dei figli".





Fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/

martedì 10 marzo 2015

Cambiare i nostri ricordi


Ricordi falsi, ma felici. Virtualmente in grado di "cancellare" ricordi spiacevoli secondo l'antico proverbio del "chiodo scaccia chiodo". Per dirla con il film "Se mi lasci ti cancello" (Eternal Sunshine of the Spotless Mind), ai protagonisti Joel (Jim Carrey) e Clementine (Kate Winslet) sarebbe bastato farsi mettere in testa i ricordi di una meravigliosa storia d'amore con un'altra lei e un altro lui, per perdersi e poi, forse, trovarsi di nuovo. Sempre restando alla cinematografia, il risultato da fantascienza richiama quello immaginato dal film "Total Recall", e prima ancora dal romanzo "Ricordiamo per voi" di Philip K. Dick. In realtà si tratta di prospettive molto reali, seppure ancora in fase embrionale e scientificamente provate soltanto per i topini da laboratorio, come mostrano i dati pubblicati sulla rivista Nature Neuroscience.
Un gruppo di scienziati francesi è riuscito infatti a creare dei falsi bei ricordi nel cervello dei roditori, in quella che il quotidiano The Guardian definisce "la prima dimostrazione di manipolazione della memoria durante il sonno". I ricercatori hanno "scritto" nelle memorie degli animali dormienti delle associazioni artificiali tra un particolare posto e dei sentimenti positivi, per poi osservarne il comportamento al risveglio. Tutti - hanno osservato - si dirigevano nel luogo "promesso" in cerca di una ricompensa, in questo caso il cibo.
Secondo gli autori dello studio, i risultati potrebbero aprire la strada a nuovi trattamenti per persone depresse o imprigionate in ricordi particolarmente dolorosi. La cautela, tuttavia, è d'obbligo: per ora ciò che la ricerca ha dimostrato è che è possibile, nei topi, creare ricordi artificiali così complessi da condizionare il comportamento consapevole. Al momento nessuno sa dire se la stessa cosa potrebbe avvenire anche nell'uomo. Di certo, nessun esperimento basato sulla trasmissione di false memorie era mai riuscito a trasmettere ricordi così complessi come quelli che associano la mappa di un luogo alla presenza di cibo.
                                   
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Fonte: http://www.huffingtonpost.it/

giovedì 5 marzo 2015

Più umorismo più intelligenza





L'umorismo è una vera e propria forma di allenamento mentale da cui è possibile trarre beneficio tanto quanto dall'attività fisica. A sostenerlo è Scott Weems, ricercatore dell'University of Maryland, che sulle pagine del Wall Street Journal spiega in che modo lo humor aumenta la forza e la flessibilità mentale.

“Uno studio del 1976 di Avner Ziv della Tel Aviv University ha svelato che le persone che avevano ascoltato la registrazione di una commedia prima di partecipare a un test sulla creatività hanno ottenuto risultati migliori del 20% rispetto a quelle che non erano state sottoposte prima a questa operazione – racconta Weems – Nel 1987, all'University of Maryland dei ricercatori hanno scoperto che guardare una commedia più che raddoppia la nostra capacità di risolvere i rompicapo”. Ma non solo. “Una ricerca pubblicata nel 1998 dalla psicologa Heather Belanger del College of William and Mary suggerisce anche che l'umorismo migliori la nostra capacità di ruotare mentalmente oggetti immaginari nella nostra testa, un test fondamentale per le capacità di ragionamento spaziale”. Lo humor, insomma, aumenta l'intelligenza e la creatività, ma secondo Weems i suoi benefici non finiscono qui.

A dimostrare che l'umorismo aiuta a preparare la mente ad affrontare eventi stressanti sono studi come quello condotto nel 2000 all'University of North Carolina dallo psicologo Arnold Cann, che ha chiesto agli individui coinvolti nei suoi esperimenti di guardare una commedia della durata di soli 16 minuti prima di assistere alla proiezione di un film contenente scene particolarmente cruente. E' stato così dimostrato che lo stress psicologico generato da queste ultime è significativamente ridotto dal fatto di aver visto prima la commedia.


Attenzione, però. Weems precisa che tutto ciò “non significa che qualsiasi tipo di umorismo sia di aiuto”. In particolare, un atteggiamento sarcastico nei confronti della vita potrebbe essere negativo, soprattutto quando corrisponde ad una forma di auto-punizione continua, ed è tipico di persone con più problemi di depressioneansia e scarsa autostima.



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Fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/

giovedì 26 febbraio 2015

I rapporti sociali positivi influenzano la nostra salute!




Un cuore grande. È quello che ci vuole tra vicini, anche per stare bene. Se le liti condominiali sono una fonte pericolosa di stress, al contrario andare d'accordo con i vicini di casa è un toccasana per il cuore. Lo dice una ricerca pubblicata sul Journal of Epidemiology and Community Health. Vivere con soddisfazione le relazioni comunitarie può migliorare la salute cardiaca del 67%.

Lo studio ha seguito per 4 anni oltre 5mila persone con un'età media di 70 anni. I partecipanti non avevano problemi cardiaci all'inizio della ricerca, ma 148 persone sono state colpite da crisi cardiache e sono morte durante il periodo di monitoraggio. Che ruolo in questa sofferenza ha avuto la vita in comunità? Di primo piano, secondo i ricercatori, che avevano chiesto ai partecipanti di descrivere la soddisfazione nei rapporti di vicinato con questionari e giudizi su una scala in 7 punti su : il sentimento di appartenenza, la presenza di vicini disponibili a fornire un aiuto, la fiducia negli abitanti del quartiere e la percezione del livello di socievolezza.

Il risultato ha dimostrato che rispetto alle persone morte per problemi cardiaci, i soggetti che avevano dichiarato di avere rapporti positivi con i vicini mostravano una salute cardiaca anche del 67% migliore rispetto agli altri. Lo studio non conclude che ricevere e fare gentilezze alla persona della porta accanto sia un fattore decisivo per la salute del cuore, anche perché persone che hanno già problemi cardiaci potrebbero vivere con minore intensità i rapporti sociali e avere su questi un giudizio meno positivo, ma suggerisce ai medici di tenere in considerazione anche questi fattori per mettere a punto le migliori strategie sanitarie. Il Dr. Di Venanzio il tuo Psicologo per Ansia a Pescara.




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lunedì 23 febbraio 2015

Il potere logora chi non ce l’ha







“Il potere logora chi non ce l’ha”. L’aforisma, che pare fosse del politico francese Charles Maurice de Talleyrand-Périgord ma che in Italia ha la voce e il volto di Giulio Andreotti, ha una base scientifica. Chi ha il potere non annega nella solitudine e nella tristezza. Tutt’altro. Essere ai vertici sul lavoro, ma anche primeggiare fra gli amici o essere la figura dominante in una relazione amorosa rende più felici. Almeno questa è la conclusione di un team di scienziati israeliani della Tel Aviv University, con uno studio pubblicato sulla rivista ‘Psychological Science’.

La ricerca dà un colpo di spugna al mito del potente solo e logorato sul tetto del mondo che per secoli ha alimentato l’immaginario collettivo. Uno stereotipo infondato, concludono i ricercatori. Confermado la tesi del senatore a vita italiano. Sulla base di una ricerca su potere e personalità, la scienziata Yona Kifer e i suoi colleghi hanno ipotizzato che raggiungere una posizione di autorità possa migliorare il benessere soggettivo attraverso una sensazione di maggiore autenticità. Questo perché, secondo i ricercatori, “il potente è in grado di ‘traghettare’ la sua vita sulla rotta dei propri desideri e inclinazioni”, si sente più se stesso e dunque è più contento.

A sostegno di questa tesi gli scienziati portano i risultati di alcuni esperimenti. Nel primo hanno sondato più di 350 persone per stabilire se la sensazione di potere è da loro associata con il benessere personale in diversi contesti, come il lavoro o il rapporto di coppia. Risultato? Chi si sente più potente tende a essere più contento. E più in alto si trovano gli intervistati maggiormente si sentono soddisfatti, in percentuale il 16% in più rispetto a chi si trova in basso. Questo ‘effetto scettro’ è molto più evidente per i potenti nel mondo del lavoro. Gli impiegati ai vertici sono il 26% più soddisfatti dei colleghi meno autoritari. Il ‘gap’ nella felicità risulta invece ridotto se si considerano le persone che si sentono ‘prime’ fra gli amici o in una relazione a due. Gli scienziati ipotizzano che questo succeda perché l’amicizia viene associata a un senso di comunità più che alle gerarchie e avere potere in questo tipo di relazioni è meno importante, quindi meno benefico. Nel secondo e nel terzo esperimento Kifer e il suo team hanno esaminato la relazione causale fra potere, sentimento di autenticità e benessere generale. I risultati hanno rivelato che essere potenti porta a sentirsi più fedeli a se stessi. E vivere una vita autentica, a sua volta, aumenta il benessere e la felicità, concludono gli scienziati. 









Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

sabato 21 febbraio 2015

Nella pancia un secondo cervello..






La chiave di stress, ansia e tensione è nella pancia. Qui, infatti, si trova un vero e proprio secondo cervello, con importanti funzioni che si riflettono sull’intero organismo che regola le emozioni, i ricordi e il piacere. A lungo l’intestino e’ stato considerato una struttura periferica, deputata a svolgere funzioni marginali. La verità è che la nutrizione influenza il nostro pensiero e la nostra mente inconscia in una proporzione addirittura del 90%! Oltre a mostrare un collegamento diretto con lo sviluppo di quasi tutte le malattie.
“Sappiamo che, per quanto il concetto possa apparire inadeguato, il sistema gastroenterico è dotato di un cervello. Lo sgradevole intestino è più intellettuale del cuore e potrebbe avere una capacità “emozionale” superiore. È il solo organo a contenere un sistema nervoso intrinseco in grado di mediare i riflessi in completa assenza di input dal cervello o dal midollo spinale.”

Basi scientifiche
Lo afferma Michael D. Gershon, esperto di anatomia e biologia cellulare della Columbia University autore del best seller “Il Secondo Cervello” – “Basti pensare che l’intestino, pur avendo solo un decimo dei neuroni del cervello, lavora in modo autonomo, aiuta a fissare i ricordi legati alle emozioni e ha un ruolo fondamentale nel segnalare gioia e dolore. Insomma, l’intestino è la sede di un secondo cervello vero e proprio. E non a caso le cellule dell’intestino – spiega l’esperto americano producono il 95% della serotonina, il neurotrasmettitore del benessere” La fonte della felicità
“Nella pancia troviamo infatti tessuto neuronale autonomo. E non a caso le cellule dell’intestino –aggiunge Gershon – producono il 95% della serotonina, il neurotrasmettitore del benessere. L’intestino rilascia serotonina in seguito a stimoli esterni, come immissione di cibo, ma anche suoni o colori. E a input interni: emozioni e abitudini.” Studi su cavie geneticamente modificate, ma anche in vitro, ‘hanno dimostrato l’esistenza di un asse pancia-testa. Per Gershon e’ la prima a dominare, almeno in certi campi. La serotonina è coinvolta in numerose e importanti funzioni biologiche: ciclo sonno-veglia, desiderio sessuale, senso di fame/sazietà, umore e peristalsi. Avere un livello di serotonina bassa può comportare disturbi dell’umore, problemi di natura sessuale, problemi a dormire, problemi a defecare, accentuare l’ansia e contribuire a stati depressivi.

La serotonina interviene nel controllo dell’appetito e del comportamento alimentare, determinando una precoce comparsa del senso di sazietà, una minore assunzione di carboidrati a favore delle proteine e una riduzione, in genere, della quantità di cibo ingerita. Non a caso, molte persone che lamentano un calo dell’umore (ad esempio una depressione pre-mestruale, vedi sindrome pre-mestruale) avvertono un bisogno importante di dolci (ricchi di carboidrati semplici) e cioccolato (contiene e favorisce la produzione di serotonina, perché ricco di zuccheri semplici, oltre che di sostanze psicoattive). 


Il nostro potere è nella pancia
La quantità di messaggi che il cervello addominale invia a quello centrale e’ pari al 90% dello scambio totale, sostiene il ricercatore. Per la maggior parte si tratta di messaggi inconsci, che percepiamo solo quando diventano segnali di allarme e scatenano reazioni di malessere. “Quanti – dice – hanno sperimentato la sensazione delle “farfalle nello stomaco” durante una conversazione stressante o un esame?. E’ solo un esempio delle emozioni della pancia, come nausea, paura, ma anche dolore e angoscia. Il sistema nervoso enterico comunica con quello centrale. E quando l’intestino soffre, ad esempio per la sindrome del colon irritabile, la persona ne risente anche a livello psichico.” I bambiniche soffrono di colon irritabile da piccoli, hanno la quasi certezza di soffrire anche da grande, di ansia e/o depressione.


Conflitti emotivi
Il cervello di sotto quindi, non è solo legato alle reazioni al cibo ingerito, ma può pensare, prendere decisioni, provare sensazioni autonomamente da quello di sopra, come insegna la neurogastroenterologia, vedi la colite, l’ulcera, i bruciori di stomaco ecc. che sono proprio malattie causate dallo stress (emozioni forti, non digerite) ed i mediatori con causali sono poi i batteri che si mutano perché le condizioni del terreno intestinali di pH sono variate. Diversamente dai neuroni contenuti nella scatola cranica, quelli sparsi in tutto il resto del corpo possono essere “massaggiati”, sia con il vero massaggio che stimola i corpuscoli tattili e i recettori fibro muscolari e tendinei, sia con il movimento. Inoltre i centri nervosi viscero-addominali possono essere stimolati col respiro addominale (non toracico), come insegnano tutte le discipline orientali.



Alimentazione corretta, meditazione e integrazione dei conflitti
Dunque stress e ansia pesano sull’intestino e ne alterano il funzionamento. Ma e’ vero anche il contrario: dieta e disordini intestinali sono collegati a variazioni dell’umore. Insomma, nella pancia c’e’ un cervello che assimila e digerisce non solo il cibo, ma anche informazione ed emozioni che arrivano dall’esterno. E che copre un’area vasta: il tessuto intestinale srotolato ha dimensioni di 200-250 metri quadri, ed e’ abitato da 10.000 miliardi di cellule batteriche. Per trattare i disturbi di funzionali del tratto gastroenterico varie tecniche di meditazione e tecniche di rilassamento si sono dimostrate utili: Mindfulness,la meditazione-medicina del momento presente, training autogeno etc. 










Fonte: http://www.dionidream.com/








mercoledì 18 febbraio 2015

Come potenziare la memoria..



Ripetere, ripetere, ripetere. Ripetere per imparare una poesia a memoria, ripetere per memorizzare le formule chimiche o le informazioni del libro di storia. Fin dalle elementari ci hanno insegnato questo semplice 'trucco' per imparare più facilmente. Una strategia che, però, sarebbe fallimentare. Secondo un nuovo studio, pubblicato sulla rivista "Learning and Memory", la semplice ripetizione potrebbe interferire con le capacità di memoria. Ma non solo. "Potrebbe crearci qualche difficoltà nell'apprendere nuove informazioni su quello stesso argomento che stiamo ripetendo", spiegano gli psicologi Henry Roediger e Mark McDaniel.
"Ripetere può essere un tranello - continuano - ci dà la sensazione di aver imparato qualcosa quando, in realtà, non è così". Nell'esperimento, i ricercatori hanno mostrato più volte ai partecipanti una lista di oggetti. Poi li hanno messi di fronte ad oggetti simili ("esche"): coloro che avevano visto gli oggetti più volte riconoscevano più facilmente l'oggetto originale ma trovavano qualche difficoltà con le esche. Insomma, la loro memoria era più forte, eppure meno precisa.
"Succede questo: quando leggi qualcosa per la prima volta, impari molto. La seconda volta, invece, leggi pensando: 'Questo lo so, questo pure. Questo l'ho già visto' - spiegano gli psicologi - non stai capendo sul serio la materia, non ne estrai nulla. La ri-lettura e la ripetizione sono insidiose per questo. Perché ti danno la sensazione di sapere tutto, quando, in verità, hai delle lacune".
Se la nostra memoria 'fa cilecca', ecco 3 modi in cui possiamo rafforzarla:


1. USA IL "METODO DEI LOCI"

È un metodo molto antico ed è il padre delle tecniche di memoria. Consiste nell'inserire gli oggetti in ordine sequenziale in un mondo 'immaginario', creato apposta dalla nostra mente. Basta che identifichi un percorso o un edificio familiare e inserire proprio lì gli oggetti che devi imparare. Ad esempio, se vuoi memorizzare la parola "Macchina", "Nave", "Cane", tutte insieme, cerca di costruire un'immagine mentale in cui ci siano tutte e tre. Per frasi o parole più complicate, puoi creare una serie di collegamenti tra loro, immaginando cosa possa unire i tuoi soggetti.
2. RIPETI A INTERVALLI
Ripetere non fa male. È meglio dire che non sempre è efficace. "La cosa migliore sarebbe dare il giusto spazio alla ripetizione, fare delle pause che possono durare da un'ora a una settimana", spiegano gli psicologi. "Continuare a chiedere a te stesso di ricordare alla perfezione una determinata cosa stressa la tua mente, non apporta nulla di più. Quello che può fare bene, invece, è ripetere a intervalli regolari di tempo". Ma quale sarebbe l'arco di tempo più giusto? Tutto dipende dagli impegni. Possiamo ripetere dopo un'ora dal momento in cui abbiamo letto il materiale, poi ancora dopo essere andati in palestra, poi ripassare dopo tre giorni o una settimana.
3. COLLEGA I PUNTI
Il segreto per memorizzare? Capire. In uno studio pubblicato sul Journal of Cognitive Neuroscience, i ricercatori hanno osservato che gli studenti al secondo anno di biologia acquisiscono meglio informazioni nuove perché possono riferirsi a qualcosa che hanno già studiato, al bagaglio di conoscenze del primo anno: "Se non sai immediatamente la risposta, puoi provare a 'ripescare' qualcosa che hai imparato in passato su quel determinato argomento. Questo ti aiuta a trovare la risposta giusta", affermano i ricercatori. Basta, insomma, collegare i punti della nostra memoria.


      
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Fonte:/http://www.huffingtonpost.it/