martedì 29 dicembre 2015

Come gestire il rientro post-vacanze




Umore in picchiata. Stanchezza, sonnolenza, stress. Tornare a lavoro e agli impegni di tutti i giorni, tra le carte accumulate in ufficio e la casa e i bambini da curare è per 6 milioni gli italiani causa della sindrome da rientro.  "Fisiologicamente tendiamo a tracciare una linea tra un passato trionfale, quello del periodo vacanziero, e un futuro problematico e conflittuale, quello del rientro al lavoro. Si tratta di una linea – spiega - che va in picchiata, da un trionfo a un declino, e che rappresenta solo la nostra paura e le nostre ansie", spiega Piero Barbanti, neurologo dell'Irccs San Raffaele Pisana di Roma. Anche se, come precisa l'esperto, la post-vacation blues non è "una vera e propria patologia". 
Più che sintomi ci sono segnali. Quali? Insonnia, nervosismo, spossatezza eccessiva, ansia, leggera depressione. E ancora, mancanza di concentrazione, mente annebbiata, sentirsi schiacciati per le incombenze della ripresa lavorativa e domestica. Per contrastare sul nascere i problemi, l'esperto consiglia di seguire semplici regole, che riguardano per esempio il sonno e la dieta, cercare di ridurre e dividere i compiti su un periodo più lungo, cercare momenti rilassanti come un bagno caldo serale o il pranzo all'aperto.  

Ecco il decalogo antistress:
1) Dormire molto e bene, evitando di passare dalle 8-10 ore di sonno del periodo vacanziero alle 6-7 che ci si concede al rientro. Eventuali problemi di insonnia vanno affrontati aiutandosi con un bagno caldo la sera o con una tisana.
2) Abituarsi con gradualità, rientrando dalle vacanze alcuni giorni prima della fine delle vacanze per poter tornare senza un impatto brusco alle temperature e ai ritmi cittadini. Se possibile, anche il lavoro andrebbe ripreso gradualmente.
3) Fare movimento, soprattutto se le ferie sono state 'attive'. Fare attività fisica infatti aiuta a diminuire lo stress e a riposare meglio.
4) Seguire un'alimentazione corretta. Il cervello ha bisogno soprattutto di zucchero, perciò ben vengano, senza esagerare, i carboidrati semplici (saccarosio, miele, confetture, frutta) e quelli complessi (pane, pasta, riso e cereali). La melatonina contenuta nella buccia dei chicchi d'uva, ad esempio, può essere un valido aiuto all'umore.

5) Stare alla luce del sole. Il passaggio dalla luce del sole in spiaggia a quella artificiale dell'ufficio può mettere sotto stress il corpo e la mente. Un consiglio: fare la pausa pranzo all'aria aperta.
6) Essere ottimisti. Fare pensieri positivi aiuta a ritagliarsi degli spazi di riflessione e a spostare l'attenzione su cosa desideriamo e sulle nostre capacità.
7) Prendersi delle pause frequenti di almeno 15 minuti ogni due ore per riattivare la circolazione e riposare gli occhi.
8) Niente tecnologia a letto. Non tenere in camera da letto né computer, né cellulare, né televisione, perché il cervello potrebbe smettere di associare quella stanza al momento del sonno, considerandola alla stregua di un 'prolungamento' del salotto.
9) Dopo le vacanze, per i bambini è ancora più importante tornare al ritmo della scuola gradualmente. Occorre dare al bambino il tempo di abituarsi alle lunghe ore che trascorrerà seduto.

10) Concedersi un weekend di relax. Finché il tempo lo consente, dedicare il fine settimana al relax e alla famiglia come se le vacanze non fossero ancora finite, per ricaricarsi e iniziare al meglio la nuova settimana.


Fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/







mercoledì 11 novembre 2015

Perchè confondiamo i giorni della settimana?


A giocare un ruolo fondamentale nella diffusissima tendenza a confondere i giorni infrasettimanali è l'influenza sul nostro modo di pensare sul nostro modo di pensare dell'organizzazione del tempo in settimane di 7 giorni. “Il ciclo settimanale di sette giorni si ripete per ciascuno di noi sin dalla nascita – spiega David Ellis, primo nome dello studio – e crediamo che ciò faccia sì che ciascun giorno della settimana acquisisca un suo carattere proprio”. Da questo punto di vista il lunedì e il venerdì sono risultati più fortemente caratterizzati. Ellis e colleghi hanno infatti scoperto che per gli individui coinvolti nel loro studio era più facile associare termini specifici (ad esempio “noioso” oppure “libertà”) a questi due giorni che non al martedì, al mercoledì e al giovedì, risultati più insignificanti e quindi più facilmente confondibili. Non a caso quando ai partecipanti è stato chiesto che giorno fosse la risposta corretta è stata fornita 2 volte più rapidamente quando era lunedì o venerdì rispetto a quando era mercoledì.

Le ricerche non si sono però fermate qui, ed Ellis e colleghi hanno anche scoperto che nella maggior parte dei casi quando si confonde il giorno attuale con quello precedente o con quello successivo – evenienza verificata in quasi il 40% dei partecipanti – lo si fa in uno dei 3 giorni centrali della settimana lavorativa. Non solo, il numero di errori aumenta a più del 50% dei casi nelle settimane che comprendono un giorno di vacanza; in questo caso spesso si finisce per pensare di essere un giorno indietro rispetto a quello corrente. Ciò significa che oltre al carattere tipico del giorno della settimana in cui ci si trova ad entrare in gioco è anche il passaggio dal fine settimana alle giornate lavorative.

I fattori alla base di questo fenomeno potrebbero essere anche culturali. “Un motivo dietro al fatto che in giorni di metà settimana evocano meno associazioni rispetto ad altri giorni potrebbe essere quanto poco spesso siano utilizzati nel linguaggio comune, fatto che darebbe minori possibilità per creare delle associazioni”, ipotizza a tal proposito Rob Jenkins, coautore dello studio. “Ci sono ad esempio molte canzoni pop che utilizzano lunedì o venerdì, mentre i giorni centrali della settimana sono utilizzati raramente”, continua Jenkins. Ma quali sono, dal punto di vista pratico, le implicazioni di questa curiosa scoperta? “Se in futuro – spiega l'esperto – saranno evidenziati dei legami anche con variazioni sistematiche durante la settimana di aspetti del comportamento come il rischio e la tolleranza, le conseguenze potrebbero essere significative non solo per il comportamento del singolo individuo, ma anche per valutazioni psicologiche”.


Fonte :http://salute24.ilsole24ore.com/




venerdì 25 settembre 2015

Basta poco per non procrastinare e rimandare



Se rimandare è un istinto da sempre, internet oggi ne è diventato il miglior alleato. Per evitare eccessive perdite di tempo all’epoca del web, la psicologia si è messa al lavoro, cominciando a trattare la procrastinazione come un problema sociale. Secondo l’American Psychological Association, un individuo su cinque è un “procrastinatore seriale”.

L’Economist ha calcolato che nei 140 milioni di ore che l’umanità ha passato guardando 2 miliardi di volte il video di Gangnam Style si sarebbero costruite altre quattro piramidi di Giza. L’università di Oxford, in un convegno l’anno scorso, ha riesumato la storia di Sant’Espedito, il martire che sulla croce riporta la scritta “Oggi” perché si ribellò a un corvo che lo invitava a convertirsi solo domani. E per chi non ha la forza di volontà per passare dai panni di Oblomov a quelli del santo, due esperti americani ci offrono dalle colonne di Psychological Science una ricetta che si presume infallibile.

Per costringerci a fare oggi quel che si potrebbe benissimo rimandare a domani — suggeriscono Neil Lewis dell’università del Michigan e Daphna Oyserman di quella della Southern California — basta cambiare l’unità di misura del tempo. Pensare che la prossima scadenza sarà fra 30 giorni anziché fra un mese «farà aumentare il nostro senso di impellenza ». E calcolando che non si andrà in pensione fra 30 anni, ma fra 10.950 giorni, si inizia a risparmiare con un anticipo quattro volte superiore.

Che il nostro elaborato cervello si faccia ingannare da trucchi tanto ingenui potrà sembrare incredibile, ma è confermato anche da altri esperimenti. L’anno scorso ad alcuni studenti fu chiesto di completare una ricerca in cinque giorni. Ma quelli che avevano come termine il 29 aprile hanno rispettato meglio l’impegno di quelli la cui scadenza cadeva il 2 maggio, nel mese successivo. La spiegazione, secondo i due psicologi americani, affonda in una duplice personalità che alberga in ciascuno di noi: il “me presente” e il “me futuro”. Il primo, che si occupa dell’oggi, finisce per assumere un ruolo di comando sul secondo. Spezzettare l’unità di misura del tempo, spiegano Lewis e Oyserman, serve a ridurre la dicotomia fra presente e futuro, e quindi a riavvicinare le due personalità. «Per agire con efficienza — scrivono i due ricercatori americani — il futuro deve sembrare imminente ».

Per due psicologi che ci invitano a sbrigarci, altri due suggeriscono di aspettare un attimo. Alla fine di giugno, alias undici giorni fa, David Rosenbaum dell’università della Pennsylvania ed Edward Wasserman di quella dello Iowa hanno scritto su Scientific American che la pre-crastinazione è altrettanto dannosa della pro-crastinazione. La tendenza a spedire una mail importante senza ponderarne il contenuto o a pagare le tasse subito anziché aspettare la scadenza solo per il bisogno di levarsi il pensiero è, scrivono i due docenti, «un altro sintomo delle nostre vite vissute sempre di corsa».

A conciliare le tesi antitetiche dei due gruppi di psicologi è per fortuna arrivato un filosofo. John Perry della Stanford University. Autore del blog
Structured procrastination , ci invita a escogitare un compito veramente arduo, ma falso, e poi a rimandarlo facendo quel che dovremmo veramente fare. «Fare meno, ingannare se stessi, ma avere lo stesso successo » è la summa della sua filosofia.



Fonte: http://m.repubblica.it


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Di Venanzio Psicologo Pescara

domenica 23 agosto 2015

Le preoccupazioni ed i conflitti accorciano la vita






Quando rappresentano un punto di appoggio e un supporto psicologico famigliari e amici aiutano a proteggere la salute, ma se i rapporti con le persone che ci circondano sono costellati da conflitti, preoccupazioni  e pretese di attenzione gli effetti sono totalmente opposti. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health dai ricercatori dell'Università di Copenhagen vivere relazioni problematiche potrebbe addirittura accorciare la vita. “I conflitti, in particolare, sono associati a un rischio di mortalità più elevato, indipendentemente da chi è la fonte del conflitto – spiegano i ricercatori – Le preoccupazioni e le pretese di attenzione sono associate al rischio di mortalità solo se dipendono dal partner o dai bambini”.

La ricerca ha incluso quasi 10 mila individui che all'inizio delle analisi avevano un'età compresa tra i 30 e i 60 anni. Negli 11 anni successivi i ricercatori hanno valutato chi tra partner, figli, parenti, amici e vicini rappresentasse una fonte di stress per i partecipanti. Non solo, gli autori hanno esaminato anche il livello di supporto psicologico a loro disposizione e l'eventuale presenza di sintomi della depressione. Ne è emerso che le preoccupazioni associate al rapporto con il partner raddoppiano il rischio di morire, mentre quelle associate ai figli l'aumentano del 50% circa. Non solo, il rischio di vivere una vita più breve aumenta anche quando i conflitti sono frequenti. In particolare, avere un rapporto conflittuale con il partner o gli amici porta a più che raddoppiare il rischio di decesso, mentre se i conflitti sono vissuti con i vicini il rischio viene più che triplicato. La situazione è ancora peggiore nel caso di chi è senza lavoro. Vivere rapporti conflittuali e caratterizzati da preoccupazioni ed essere allo stesso tempo disoccupati porta infatti a correre un rischio di morire pari a circa 4,5 volte quello tipico di una persona che non ha problemi di questo tipo. Le motivazioni che possono portare al decesso sono molto diverse fra loro. Quasi il 50% delle morti registrate durante lo studio sono state infatti associate a un cancro, ma altri decessi sono stati causati da malattie cardiovascolari, patologie epatiche, incidenti o suicidi. 

                                                                                    
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Fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/

mercoledì 8 luglio 2015

Chi pensa molto è più intelligente

O

Vi accusano da sempre di essere troppo pensierosi e costantemente in riflessione?
Non offendetevi e preparatevi alla riscossa: un recente studio condotto Lakehead University nello stato dell’Ontario dimostra che i “ruminatori mentali” sono mediamente più intelligenti di chi vive in pace con se stesso e tiene a bada le proprie emozioni. Perciò, non serve reprimere la propria naturale propensione a rimuginare per il timore che qualcuno ci additi come noiosi e pesanti.


I ricercatori hanno esaminato 126 giovani che sono stati sottoposti a test di intelligenza e a diversi questionari e prove che ne tracciavano i livelli di ansia, depressione, timidezza, paura. Si tratta di comportamenti che scatenano una iperattivazione delle facoltà cognitive e spesso portano chi ne soffre a provare sentimenti negativi. Dai risultati si è visto che al salire di preoccupazioni e ruminazione, aumentavano anche i livelli e i risultati nei test di intelligenza verbale.
Attenzione, però, a non esagerare non tanto per timore del giudizio altrui ma per se stessi. Pensare troppo e focalizzarsi su scenari negativi a lungo termine fa diminuire le difese immunitarie e ci rende più esposti alle malattie. Perciò, approfittiamo della bella stagione per uscire all’aria aperta e spegnere il cervello o almeno sintonizzarlo sul bello della natura.






Fonte:repubblica.it

mercoledì 3 giugno 2015

L'amicizia tra uomo e donna non può esistere



La scienza dimostra perchè sembra impossibile per uomini e donne essere “Solo amici” Si tratta di una delle domande più antiche che perseguitano l’uomo (e la donna): esiste l’amicizia tra uomo e donna, o ci sarà sempre dell’attrazione? Come riportato da Science.Mic, un nuovo studio dell’Evolutionary Psychology journal presenta interessanti novità per i fautori dell’impossibilità dell’amicizia tra uomo e donna. La ricerca, condotta in Normandia, ha scoperto che uomini e donne fondamentalmente si fraintendono: lei interpreta i suoi segnali d’interesse sessuale come amicizia mentre lui legge i suoi segnali d’amicizia come interesse sessuale.
Può suonare stereotipato, ma gli uomini hanno in testa il sesso. I ricercatori della Norwegian University of Science and Technology hanno intervistato 308 laureandi tra i 18 e i 30 anni chiedendogli delle proprie amicizie, attrazioni sessuali e delle esperienze che hanno avuto con l’errata lettura dei segnali inviati dall’altro sesso.
Il risultato è stato che gli uomini comunemente sopravvalutano l’interesse sessuale proveniente dalle donne: le intervistate sono state fraintese dagli amici maschi in media 3.4 volte nello scorso anno. D’altro canto le donne sottovalutano l’interesse sessuale maschile, seppure in maniera spiccatamente inferiore.
La ricerca è in linea con gli studi precedenti: nel 2009 la Pacific and Asian Communication Association ha osservato che gli uomini trovano le donne più seducenti, promiscue e civettuole rispetto alla visione degli uomini della controparte femminile.
Dietro la tendenza maschile a sopravvalutare i segnali sessuali potrebbe esserci l’evoluzione. I ricercatori norvegesi hanno ipotizzato che gli uomini sopravvalutino l’interesse sessuale al fine di minimizzare gli “errori” nella scelta del partner; quando si tratta di selezione naturale la capacità dell’uomo di riprodursi è di primaria importanza, quindi non può lasciarsi sfuggire occasioni.

I sentimenti non ricambiati sono comuni: uno studio del 2012 di Adrian F. Ward, del Department of Psychology di Harvard, ha scoperto che per gli uomini è più facile essere attratti dalle proprie amiche di quanto non sia per loro. Come negli studi più recenti, era più facile che pensassero che le loro amiche fossero attratte da loro anche quando ciò non era vero. D’altro canto, Scientific American ha sottolineato che “Anche le donne ignorano la mentalià degli amici di sesso opposto; questo perchè le donne normalmente non sono attratte dai propri amici maschi e presumono che questa mancanza d’attrazione sia reciproca”.
Qui che le cose diventano imbarazzanti: quando uomini e donne non riescono a comprendersi, le cose possono farsi strane. Questo non significa che l’amicizia sia impossibile: gli studi non hanno esaminato se queste incomprensioni possano ostacolare l’amicizia.

Tuttavia, i ricercatori hanno preso in considerazione quanto i fraintendimenti possano contribuire alle molestie sessuali. “Una donna che ride alle tue battute, ti sta vicina o tocca il tuo braccio a una festa non è necessariamente sessualmente interessata, anche se pensi sia così” ha tenuto a ricordare Mons Bendixen, capo della ricerca.
Ma è chiaro che fraintendere l’interesse sessuale di un amico può compromettere un’amicizia uomo-donna. Dopotutto, a Harry e Sally sono occorsi anni di stress e separazioni per capire davvero come stavano le cose (ed è solo perchè si trattava di una commedia romantica che gli è stato garantito l’happy ending!)
Detto ciò, segnali mal interpretati o meno, le amicizie tra persone del sesso opposto esistono, oggi più che mai. Secondo il sociologo Micheal Kimmel, per le nuove generazioni è molto più semplice vedere l’amicizia uomo-donna come una cosa normale. Inoltre, c’è ragione di pensare che avere più amici maschi può aiutare le donne etero a fare più sesso – il che potrebbe rendere qualsiasi imbarazzo un rischio trascurabile.

Fonte: http://www.huffingtonpost.it




mercoledì 13 maggio 2015

Esperienza extracorporea, come risponde il nostro cervello??



Si dice che l'uomo abbia la percezione di essere fisicamente laddove sono i suoi occhi. Ma in alcune situazioni particolari – in fasi di profonda meditazione, nel caso di incidenti dal forte impatto o di forti traumi, o di assunzione di stupefacenti – capita che i pazienti dichiarino di aver vissuto delle OBE, out of body experience, ovvero esperienze al di fuori del proprio corpo. Vi è tutto un filone di ricerca, tra scienza e medicina, che indaga su questo tipo di esperienze e lo studio più recente è quello appena pubblicato su Current Biology, svolto dai ricercatori del Karolinska Instituttet di Solna, in Svezia. Gli studiosi svedesi hanno preso un campione di quindici persone e hanno misurato quel che accadeva nei loro cervelli mentre erano proiettati in un'esperienza guidata extracorporea. Un compito davvero complicato per il cervello, che deve continuamente elaborare informazioni diverse e calibrare la comunicazione tra i diversi sensi per allocarsi nello spazio e riconoscere la posizione del corpo rispetto alla realtà che lo circonda.
Il teletrasporto: come hanno operato i neuroscienziati
I quindici partecipanti alla prova indossavano schermi collegati ai loro occhi sui quali potevano vedere immagini esterne. Erano inoltre inseriti, coricati, in un macchinario che eseguiva la scansione della loro attività cerebrale. Nel display montato sulla loro testa, i partecipanti potevano vedere se stessi da un'altra angolatura della stanza dove erano collocati. Non solo vedevano il loro corpo, supino, davanti a loro, ma in un angolo della stessa stanza potevano osservare sullo schermo anche un secondo corpo, di un estraneo, coricato esattamente nella stessa posizione. Per creare l'illusione di essere altrove, i ricercatori toccavano il corpo dei partecipanti all'esperimento con alcuni oggetti (mestoli, cucchiai di legno e così via) facendolo sincronicamente sia a loro, sia all'estraneo di turno. Dunque la cavia poteva vedere, mentre lo viveva su di sé, anche un'altra persona subire il suo stesso trattamento. 
Cosa accade al cervello nell’esperienza «extracorpo»
Bastano pochi istanti e il cervello del partecipante avverte la sensazione di essere toccato come se si trovasse dall'altra parte della stanza: ovvero, sente di essere nel corpo dell'estraneo che sta vivendo la sua stessa esperienza poco lontano. Sente, nello specifico, di trovarsi proprio nella posizione esatta in cui è posizionato l'altro, vivendo dunque una esperienza extracorporea: il suo corpo è sempre lì, ma il cervello è convinto di essere altrove. Per capire come il cervello si muove e reagisce se sollecitato in un'esperienza di questo tipo, i ricercatori hanno analizzato i risultati registrati dallo scanner cerebrale in cui erano posizionati i partecipanti. Hanno così potuto confermare ciò che si era evidenziato in studi precedenti svolti però unicamente sul cervello dei topi: vi è un lavoro intenso nei lobi temporale e parietale del cervello per cercare di decodificare la propria posizione e questo scambio fa presupporre che esista una sorta di GPS all'interno di queste aree che segnala la propria posizione, per esempio, all'interno di una stanza. 



Fonte: http:///www.corriere.it/