mercoledì 3 giugno 2015

L'amicizia tra uomo e donna non può esistere



La scienza dimostra perchè sembra impossibile per uomini e donne essere “Solo amici” Si tratta di una delle domande più antiche che perseguitano l’uomo (e la donna): esiste l’amicizia tra uomo e donna, o ci sarà sempre dell’attrazione? Come riportato da Science.Mic, un nuovo studio dell’Evolutionary Psychology journal presenta interessanti novità per i fautori dell’impossibilità dell’amicizia tra uomo e donna. La ricerca, condotta in Normandia, ha scoperto che uomini e donne fondamentalmente si fraintendono: lei interpreta i suoi segnali d’interesse sessuale come amicizia mentre lui legge i suoi segnali d’amicizia come interesse sessuale.
Può suonare stereotipato, ma gli uomini hanno in testa il sesso. I ricercatori della Norwegian University of Science and Technology hanno intervistato 308 laureandi tra i 18 e i 30 anni chiedendogli delle proprie amicizie, attrazioni sessuali e delle esperienze che hanno avuto con l’errata lettura dei segnali inviati dall’altro sesso.
Il risultato è stato che gli uomini comunemente sopravvalutano l’interesse sessuale proveniente dalle donne: le intervistate sono state fraintese dagli amici maschi in media 3.4 volte nello scorso anno. D’altro canto le donne sottovalutano l’interesse sessuale maschile, seppure in maniera spiccatamente inferiore.
La ricerca è in linea con gli studi precedenti: nel 2009 la Pacific and Asian Communication Association ha osservato che gli uomini trovano le donne più seducenti, promiscue e civettuole rispetto alla visione degli uomini della controparte femminile.
Dietro la tendenza maschile a sopravvalutare i segnali sessuali potrebbe esserci l’evoluzione. I ricercatori norvegesi hanno ipotizzato che gli uomini sopravvalutino l’interesse sessuale al fine di minimizzare gli “errori” nella scelta del partner; quando si tratta di selezione naturale la capacità dell’uomo di riprodursi è di primaria importanza, quindi non può lasciarsi sfuggire occasioni.

I sentimenti non ricambiati sono comuni: uno studio del 2012 di Adrian F. Ward, del Department of Psychology di Harvard, ha scoperto che per gli uomini è più facile essere attratti dalle proprie amiche di quanto non sia per loro. Come negli studi più recenti, era più facile che pensassero che le loro amiche fossero attratte da loro anche quando ciò non era vero. D’altro canto, Scientific American ha sottolineato che “Anche le donne ignorano la mentalià degli amici di sesso opposto; questo perchè le donne normalmente non sono attratte dai propri amici maschi e presumono che questa mancanza d’attrazione sia reciproca”.
Qui che le cose diventano imbarazzanti: quando uomini e donne non riescono a comprendersi, le cose possono farsi strane. Questo non significa che l’amicizia sia impossibile: gli studi non hanno esaminato se queste incomprensioni possano ostacolare l’amicizia.

Tuttavia, i ricercatori hanno preso in considerazione quanto i fraintendimenti possano contribuire alle molestie sessuali. “Una donna che ride alle tue battute, ti sta vicina o tocca il tuo braccio a una festa non è necessariamente sessualmente interessata, anche se pensi sia così” ha tenuto a ricordare Mons Bendixen, capo della ricerca.
Ma è chiaro che fraintendere l’interesse sessuale di un amico può compromettere un’amicizia uomo-donna. Dopotutto, a Harry e Sally sono occorsi anni di stress e separazioni per capire davvero come stavano le cose (ed è solo perchè si trattava di una commedia romantica che gli è stato garantito l’happy ending!)
Detto ciò, segnali mal interpretati o meno, le amicizie tra persone del sesso opposto esistono, oggi più che mai. Secondo il sociologo Micheal Kimmel, per le nuove generazioni è molto più semplice vedere l’amicizia uomo-donna come una cosa normale. Inoltre, c’è ragione di pensare che avere più amici maschi può aiutare le donne etero a fare più sesso – il che potrebbe rendere qualsiasi imbarazzo un rischio trascurabile.

Fonte: http://www.huffingtonpost.it




mercoledì 13 maggio 2015

Esperienza extracorporea, come risponde il nostro cervello??



Si dice che l'uomo abbia la percezione di essere fisicamente laddove sono i suoi occhi. Ma in alcune situazioni particolari – in fasi di profonda meditazione, nel caso di incidenti dal forte impatto o di forti traumi, o di assunzione di stupefacenti – capita che i pazienti dichiarino di aver vissuto delle OBE, out of body experience, ovvero esperienze al di fuori del proprio corpo. Vi è tutto un filone di ricerca, tra scienza e medicina, che indaga su questo tipo di esperienze e lo studio più recente è quello appena pubblicato su Current Biology, svolto dai ricercatori del Karolinska Instituttet di Solna, in Svezia. Gli studiosi svedesi hanno preso un campione di quindici persone e hanno misurato quel che accadeva nei loro cervelli mentre erano proiettati in un'esperienza guidata extracorporea. Un compito davvero complicato per il cervello, che deve continuamente elaborare informazioni diverse e calibrare la comunicazione tra i diversi sensi per allocarsi nello spazio e riconoscere la posizione del corpo rispetto alla realtà che lo circonda.
Il teletrasporto: come hanno operato i neuroscienziati
I quindici partecipanti alla prova indossavano schermi collegati ai loro occhi sui quali potevano vedere immagini esterne. Erano inoltre inseriti, coricati, in un macchinario che eseguiva la scansione della loro attività cerebrale. Nel display montato sulla loro testa, i partecipanti potevano vedere se stessi da un'altra angolatura della stanza dove erano collocati. Non solo vedevano il loro corpo, supino, davanti a loro, ma in un angolo della stessa stanza potevano osservare sullo schermo anche un secondo corpo, di un estraneo, coricato esattamente nella stessa posizione. Per creare l'illusione di essere altrove, i ricercatori toccavano il corpo dei partecipanti all'esperimento con alcuni oggetti (mestoli, cucchiai di legno e così via) facendolo sincronicamente sia a loro, sia all'estraneo di turno. Dunque la cavia poteva vedere, mentre lo viveva su di sé, anche un'altra persona subire il suo stesso trattamento. 
Cosa accade al cervello nell’esperienza «extracorpo»
Bastano pochi istanti e il cervello del partecipante avverte la sensazione di essere toccato come se si trovasse dall'altra parte della stanza: ovvero, sente di essere nel corpo dell'estraneo che sta vivendo la sua stessa esperienza poco lontano. Sente, nello specifico, di trovarsi proprio nella posizione esatta in cui è posizionato l'altro, vivendo dunque una esperienza extracorporea: il suo corpo è sempre lì, ma il cervello è convinto di essere altrove. Per capire come il cervello si muove e reagisce se sollecitato in un'esperienza di questo tipo, i ricercatori hanno analizzato i risultati registrati dallo scanner cerebrale in cui erano posizionati i partecipanti. Hanno così potuto confermare ciò che si era evidenziato in studi precedenti svolti però unicamente sul cervello dei topi: vi è un lavoro intenso nei lobi temporale e parietale del cervello per cercare di decodificare la propria posizione e questo scambio fa presupporre che esista una sorta di GPS all'interno di queste aree che segnala la propria posizione, per esempio, all'interno di una stanza. 



Fonte: http:///www.corriere.it/










venerdì 8 maggio 2015

Rischia chi ha l'amigdala più grande





Accettare le sfide del destino? Buttarsi nella mischia o aspettare pazienti sul bordo del fiume? Atteggiamenti agli antipodi che potrebbero avere basi biologiche precise e che influenzano le azioni quotidiane e quelle straordinarie di tutti: comprare un auto, accettare un incarico, fare un investimento finanziario, scommettere una certa sommetta. I ricercatori dell’Università Vita-Salute San Raffaele, in uno studio pubblicato sul Journal of Neuroscience, finanziato dalla Fondazione Cariplo e da Schroders Italy SIM, mostrano che è l’amigdala, il centro neurale della paura e dell’ansia, a fare da “centralina” per l’esagerata anticipazione del dolore conseguente alle possibili perdite derivanti da una scelta.  

Cos'è l'amigdala - L’amigdala è una struttura cerebrale posta nella profondità di ciascuno dei due emisferi cerebrali, essenziale per le capacità di apprendere i pericoli intorno a noi, di riconoscerli e preparare l’organismo ad una risposta adeguata, ad esempio “combatti o scappa”. Prendere decisioni implica la capacità di prevedere le conseguenze positive e negative di ogni possibile scelta. Questo consente di soppesarle attentamente, per arrivare a selezionare quella che riteniamo più vantaggiosa.

Le teorie - Come dimostrato dagli studi del Premio Nobel per l’Economia Daniel Kahneman, però, in questo processo di anticipazione mentale le possibili perdite “pesano” tipicamente più dei guadagni. Nelle nostre scelte, cioè, preferiamo evitare le perdite all’ottenere guadagni, almeno finché il possibile guadagno non è pari a circa il doppio della possibile perdita. Questo fenomeno, noto come “avversione alle perdite”, secondo gli esperti sta contribuendo ad aggravare l’attuale crisi economica.    

Lo studio - Durante l’esperimento ai volontari è stato chiesto di accettare o rifiutare una serie di scommesse che, come succede quando si gioca a “testa o croce”, avrebbero consentito di vincere o perdere dei punti con probabilità pari al 50%. Le possibili vincite e perdite variavano di volta in volta: a volte erano entrambe grandi, a volte entrambe piccole, a volte molto diverse tra loro. In alcuni casi la possibile vincita era circa il doppio della possibile perdita, ovvero la tipica situazione in cui emerge un conflitto tra accettare, assumendosi il rischio della scommessa, o rifiutare, garantendosi la sicurezza di rimanere fermi al punto di partenza.  

Cosa cambia - Il sistema dopaminergico, un insieme di strutture del cervello che si parlano tra loro utilizzando come mediatore la dopamina, si attiva quando anticipiamo i guadagni e si disattiva quando anticipiamo le perdite. Un altro sistema emotivo, centrato sull’amigdala, si attiva per le perdite e si disattiva per i guadagni. Ma, a parità di somma in gioco, le risposte associate alle perdite sono generalmente più intense di quelle associate alle vincite.

Fonte: http://salute24.ilsole24ore.com/




giovedì 16 aprile 2015

Figli poco studiosi? Colpa del DNA



Se bambini e ragazzi sono poco motivati nei confronti della scuola è colpa anche del loro Dna. Uno studio pubblicato sulla rivista Personality and Individual Differences ha infatti dimostrato che una percentuale variabile tra il 40 e il 50% delle differenze nella motivazione scolastica dei ragazzi dipende dai geni.

Per arrivare a questa conclusione gli autori dello studio, guidati dalla ricercatrice del Dipartimento di Psicologia della Goldsmiths University of London Yulia Kovas, hanno raccolto informazioni riguardanti più di 13 mila gemelli di età compresa tra i 9 e i 16 anni. Tutti i partecipanti hanno compilato questionari appositamente pensati per la ricerca, e gli autori hanno confrontato le risposte fornite dai fratelli, partendo dal presupposto che tanto più sarebbero state simili le risposte dei gemelli identici – che condividono tutto il loro patrimonio genetico – tanto più forte sarebbe stata l'indicazione dell'esistenza di un'influenza dei geni sull'oggetto della risposta.

Ne è emerso che fattori genetici possono giocare un ruolo fondamentale nella scarsa motivazione dei ragazzi allo studio, tanto fondamentale da superare quello dei fattori ambientali. “Abbiamo scoperto che ci sono differenze nella personalità che gli individui ereditano che esercitano un forte impatto sulla motivazione”, spiega Stephen Petrill, coautore dello studio, sottolineando che nei 6 diversi paesi in cui è stato condotto lo studio (Regno Unito, Canada, Giappone, Germani, Russia e Stati Uniti) sono stati ottenuti risultati piuttosto simili nonostante le differenze sia a livello culturale che a livello di sistemi scolastici.

Petrill sottolinea però anche come ciò non significhi che ci sia un gene che stabilisce se a un bambino piacerà andare a scuola oppure no. La scoperta non significa nemmeno che genitori e insegnanti non giochino nessun ruolo nella motivazione dei ragazzi. “Dobbiamo assolutamente incoraggiare gli studenti e motivarli in aula – conclude infatti il ricercatore, docente di psicologia all'Ohio State University – Ma questi risultati suggeriscono che i motivi per cui dobbiamo farlo potrebbero essere più complicati rispetto a quanto pensassimo”.




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lunedì 13 aprile 2015

I pettegolezzi aiutano a far carriera




Un`arma affilatissima: il pettegolezzo sul posto di lavoro è uno strumento per mettere in cattiva luce i colleghi agli occhi dei superiori. Ed è tanto più efficace, a differenza di ciò che comunemente si pensa, se le affermazioni negative vengono effettuate durante le riunioni formali di lavoro, piuttosto che durante i momenti informali in cui spesso impiegati e superiori si trovano a condividere pause caffè o pause pranzo al di fuori dei loro ruoli. A sostenerlo uno studio condotto dall`Indiana University (Stati Uniti) e pubblicato su Journal of Contemporary Ethnography.
Dall`analisi di 13 incontri formali di lavoro durati 40 minuti l`uno è emerso infatti che il chicchiericcio negativo nei confronti degli assenti era più sottile e indiretto - sul genere "chi ha orecchie per intendere intenda" - e persisteva nel tempo, risultando più efficace, mentre nelle situazioni informali le note negative a carico dei colleghi venivano espresse in maniera più diretta e duravano meno, risultando meno convincenti.

                                                      
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venerdì 3 aprile 2015

Gli ansiosi sono più intelligenti




Pensare troppo, rimuginare, sentirsi in apprensione e preoccupati per gli eventi passati, in corso e futuri, sono elementi comuni a chi vive in un continuo stato di ansia. Nonostante questi comportamenti abbiano spesso una connotazione negativa e vengano vissuti con intenso malessere da parte di chi li vive e di chi vi sta intorno, una ricerca psicologica svolta in Canada su di un gruppo di studenti ha scoperto che i grandi “ruminatori mentali” sono in realtà mediamente più intelligenti di chi vive in pace con se stesso e tiene a bada le proprie emozioni. L’intelligenza coinvolta è quella linguistico-verbale, ovvero la capacità di parlare e scrivere con facilità usando i giusti termini, saper spiegare e convincere, insegnare e avere padronanza di sintassi e uso pratico della lingua, qualità spesso accompagnate da un uso umoristico delle parole.
 
Facoltà cognitive iperattive e sentimenti negativi
Lo studio è partito da un gruppo di studenti canadesi, messi alla prova dai ricercatori della Lakehead University nello stato dell’Ontario. I 126 giovani sono stati sottoposti a test di intelligenza, e a diversi questionari e prove che ne tracciavano i livelli di ansia, depressione, timidezza, paura, rimuginìo (la tendenza a ripensare ossessivamente alle situazioni passate) e ruminazione mentale (ancora una volta un pensiero ossessivo, ma rivolto agli eventi futuri). Si tratta di comportamenti che scatenano una iperattivazione delle facoltà cognitive e spesso portano chi ne soffre a provare sentimenti negativi. I risultati degli studiosi sono stati chiari: al salire di preoccupazioni e ruminazione, aumentavano però anche i livelli e i risultati nei test di intelligenza verbale. Lo stesso legame è stato collegato anche alla depressione: chi mostrava segni conclamati di tale patologia psicologica, aveva ancora una volta ottimi risultati nei test intellettivi legati alla lingua.
 
Una ossessione trasformata in abilità ancestrale
Per i ricercatori, esiste dunque una visione positiva delle ansie tipiche di chi pensa troppo, ed è quella che passa proprio dalla loro intelligenza, che li porterebbe a una maggiore abilità di analisi rispetto agli altri, come spiega alla rivista scientifica Personality and Individual Differences uno di loro: “È possibile che gli individui con una maggiore intelligenza linguistico-verbale siano più abili nell’analizzare gli eventi presenti e futuri nel dettaglio e che proprio questa loro caratteristica li esponga a rimuginìo e ruminazione”. In più, commentano ancora gli studiosi, dietro a questi comportamenti vi sarebbe anche una motivazione ancestrale: è proprio questo tipo di approccio ad aver permesso in un certo senso ai nostri avi di sopravvivere, anticipando i pericoli grazie alla sensazione di apprensione e preoccupazione. La tendenza all’ansia e a sovraesporsi ai pensieri negativi e ripetitivi va però controllata: nel lungo periodo, spiegano ancora i ricercatori, tali comportamenti possono portare a un abbassamento delle difese immunitarie esponendo maggiormente chi ne soffre alle malattie.



Fonte: http://www.corriere.it/

venerdì 27 marzo 2015

Gli Omega-3 si prendono cura del nostro cervello




L'insieme dei dati raccolti nel corso di molti anni di sperimentazioni ha portato ad ipotizzare che un consumo irregolare di Omega-3 e un alterato metabolismo degli acidi grassi essenziali (Omega-3 e Omega-6) potrebbero contribuire allo sviluppo delle principali forme di depressione conosciute.
Non solo, diversi studi suggeriscono che gli Omega-3 potrebbero essere utili nel trattamento dei sintomi della depressione.
I primi indizi dell'esistenza di un legame tra la funzione svolta da questi acidi grassi nell'organismo umano e questa patologia risalgono agli scorsi anni Novanta, quando una serie di ricerche ha dimostrato l'esistenza di una stretta correlazione tra stati depressivi e bassi livelli di Omega-3.
Infatti, in chi soffre di depressione le riserve di questi acidi grassi sono meno abbondanti rispetto alla norma.
In particolare, uno studio condotto al Base Hospital di Rockhampton (Australia), pubblicato dalla rivista Lipids, ha dimostrato che tanto più queste riserve sono scarse, tanto più i sintomi della depressione sono gravi.
Secondo una ricerca pubblicata nel 1998 da Biological Psychiatry, un'alterazione del rapporto da acidi grassi Omega-3 e Omega-6 e una minore quantità di Omega-3 nel plasma del sangue è associata a forme gravi di depressione.
Negli anni successivi un ulteriore studio ha dimostrato che nella terza età la composizione in acidi grassi dei fosfolipidi nel sangue è strettamente correlata a disordini dell'umore e a potenziali stati depressivi.
Ma i primi a dimostrare la reale efficacia degli Omega-3 nel miglioramento dell'equilibrio emotivo sono stati i ricercatori della Harvard Medical School di Boston (Stati Uniti).
Qui Andrew Stoll e colleghi stavano cercando un metodo per la cura della sindrome bipolare, detta anche sindrome maniaco-depressiva, un particolare disturbo in cui gravi crisi depressive si alternano a periodi di euforia intensa.
I risultati dello studio che pubblicarono negli Archives of General Psychiatry li portarono a concludere che gli Omega-3 possono migliorare tutta una serie di sintomi caratteristici della depressione:
tristezza
mancanza di energie
stati ansiosi
insonnia
diminuzione della libido
tendenza al suicidio

Infine, l'efficacia degli Omega-3 è stata estesa anche alla cura dei disturbi della sfera psicologica tipici di donne che, a causa di un umore mutevole ed emozioni spesso incontrollabili, avevano relazioni affettive complicate.
Gli esperti del McLean Hospital di Belmont (Stati Uniti) hanno dimostrato che 8 settimane di trattamento con integratori alimentari a base di Omega-3 ricchi in EPA erano sufficienti a rendere l'umore di queste pazienti più stabile e tendenzialmente più positivo.
Non solo: il trattamento riduceva anche l'aggressività delle donne che stavano assumendo gli Omega-3.
L'insieme dei dati raccolti nel corso degli anni dimostra che gli acidi grassi Omega-3 possono essere efficaci in prevenzione, controllo e trattamento di diversi disturbi psichiatrici.
Questi possono variare dalle semplici alterazioni dell'umore agli stati depressivi post partum, passando per i comportamenti aggressivi indotti dallo stress, i danni neurologici e le alterazioni della vista causati dall'alcol, fino ad arrivare a patologie gravi come la schizofrenia e la demenza.
Fonte: http://www.omegor.com/