domenica 14 dicembre 2014

Bambini senza freni, cosa fare....



Con l'etichetta diagnostica “disturbo da deficit di attenzione/iperattività" (DDAI) si fa riferimento ad un quadro con un ventaglio sintomatologico piuttosto ampio: i sintomi cardine - impulsività, iperattività, disattenzione e oppositività - possono essere presenti in quantità e qualità variabili. Ad essi, poi, si associano una serie di problematiche secondarie (legate all'apprendimento, all'emotività, alle relazioni interpersonali, all'incolumità fisica del bambino stesso e dei coetanei), che sono il risultato dell'interazione tra le caratteristiche primarie del disturbo e l'ambiente.
I bambini con diagnosi ADHD (preferisco usare questo acronimo perché usato da tutta la letteratura scientifica) vivono infatti disagi quotidiani nell' interazione con genitori, insegnanti e coetanei; il percorso di apprendimento risulta notevolmente ostacolato dalle loro caratteristiche cliniche, che li predispongono all'insuccesso scolastico e ad una costruzione del sé come incapace o “cattivo".
Questa incomprensione ed incapacità a risolvere il problema deriva innanzi tutto dalla mancanza di un rapporto di collaborazione tra contesto sociale extra-famigliare e famigliare. In altre parole in Italia si fa ancora molta fatica a considerare l'ADHD come una vera e propria patologia e molte volte viene vista solo come semplice mancanza di educazione o pigrizia del bambino. Questa particolarità, purtroppo, non fa che aggravare la situazione del bambino stesso che molte volte viene messo in disparte per evitare “problemi", ed è per queste motivazioni che è importante una diagnosi accurata e preventiva ed un intervento immediato.
Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività venne descritto per la prima volta agli inizi del 1900, quando G.F.Still pubblicò alcune osservazioni su un gruppo di bambini fortemente disturbati, ipercinetici, irrefrenabili, affetti, secondo lui, da una turba neuropsichiatrica organica. In realtà, i sintomi tipici dell'ADHD esistevano molto tempo prima ed erano enormemente diffusi. Trecento mila anni fa, i nostri antenati iperattivi e impulsivi furono i decisi e instancabili trascinatori dei movimenti di massa che favorirono la localizzazione dell'uomo in aree terrestri idonee per la sua migliore sopravvivenza. Oggi, però, queste caratteristiche di impulsività e sfrenatezza, volute e selezionate dalla natura, risultano non conciliabili con i modelli della vita moderna all'interno di società sempre più strutturate. L'intervento terapeutico sull'ADHD si basa su un approccio di tipo multi-modale che prevede il coinvolgimento sia del bambino che di genitori ed insegnanti.
L'efficacia del parent training (intervento sui genitori) è dimostrata scientificamente da numerose ricerche e consiste in un programma individualizzato volto all'insegnamento dell'attuazione di metodi d'intervento che sottendono sostanzialmente quelli della psicologia cognitivo-comportamentale. Il principio di base è, infatti, quello di ridurre i sintomi e gli atteggiamenti negativi aumentando quelli positivi, stabilendo e producendo delle opportune conseguenze ai comportamenti del bambino in termini di rinforzi o punizioni. Non deve mancare, accanto all'insegnamento delle strategie di gestione del comportamento, un lavoro volto a riformulare le attribuzioni cognitive che i genitori, più o meno consapevolmente, mettono in atto per spiegare i comportamenti del figlio. Il parent training, altresì, oltre a dare un sostegno rivolto alle frustrazioni dei genitori, insegna loro l'utilizzo delle autoistruzioni verbali e delle tecniche di problem solving (risoluzione dei problemi) per far fronte, in collaborazione con il bambino, alle situazioni problematiche.